Dopo i blocchi la qualità dell’aria è migliorata, mentre la correlazione inquinamento-contagi è tutta da dimostrare: parola ai dati

Coronavirus e inquinamento. Un’associazione di cui si è parlato molto negli ultimi giorni, forse non sempre con la dovuta attenzione e prudenza. I temi che derivano dall’intersezione di questi argomenti sono due, e anzitutto vanno distinti tra loro: il primo riguarda l’effetto sulla qualità dell’aria dei blocchi del traffico e il secondo l’ipotesi di una qualche correlazione tra lo smog e la concreta diffusione del Covid-19.

Teoria, quest’ultima, avanzata in un recente position paper della Società Italiana di Medicina Ambientale (condiviso con Università di Bologna e Università di Bari), giudicato prematuro e non sufficientemente verificato dal resto della comunità scientifica e dalle istituzioni, che hanno invitato alla “massima responsabilità nel diffondere risultati ancora ipotetici e che non siano stati condivisi”. Proviamo quindi a fare un po’ di chiarezza, per contribuire a riportare sui binari il dibattito su un argomento così delicato.

L’inquinamento in Pianura Padana è diminuito? Sì

Partiamo dalla prima domanda: l’inquinamento è diminuito o no in queste giornate di “quarantena” e blocchi della mobilità? La risposta è “sì” e la fornisce oggi qui il Sistema nazionale a rete per la protezione dell’ambiente (SNPA), che rappresenta in sostanza il coordinamento di tutte le agenzie ambientali delle Regioni, le ormai ben note ARPA.

In particolare, SNPA si concentra in questa prima fase sul biossido di azoto (NO2), assunto che tra gli inquinanti è quello che più rapidamente risponde alle variazioni delle emissioni e viene prodotto da tutti i processi di combustione, traffico incluso. Più complessa e demandata a una seconda valutazione è invece la risposta delle polveri fini (il PM10), in parte emesse direttamente ed in larga parte prodotte dalla trasformazione di altre sostanze reattive.

Dati alla mano, nella Pianura Padana si è verificata per il SNPA una diminuzione degli NO2 nell’ordine del 50% a valle delle limitazioni alla mobilità adottate in Lombardia e Veneto dal 23 febbraio (ed estese successivamente all’intero territorio nazionale).

I casi di Lombardia ed Emilia Romagna

In Lombardia, dove le misure sono state le più prolungate tra le Regioni del Nord (sebbene ristrette inizialmente ad una zona limitata) si nota una variazione dei valori mediani delle concentrazioni di NO2 meno marcata rispetto a quella generale della Pianura Padana: da 26 – 45 microg/m3 nel mese di febbraio a 13-28 microg/m3 in quello di marzo. Una riduzione comunque di circa il 40%.

Quanto all’Emilia Romagna, dove le misure sono state introdotte a partire dall’11 marzo - dapprima in alcune province e poi nell’intera Regione - i valori mediani sono inclusi in un intervallo più ampio, passando dai 20–31 microg/m3 di febbraio, ai 7–20 microg/m3 in marzo. In questo caso la diminuzione è nell’ordine del 50% e l’analisi si presta anche a un ulteriore approfondimento.

Già, perché lo studio mette in evidenza tra le altre cose l’anomalia registrata tra il 14-15 ed il 16 -17 marzo, quando si è assistito ad una ripresa di elevate concentrazioni di NO2 (mediana da 12 a 16 microg/m3), nonostante i blocchi. Una “conferma” secondo Snpa “della complessa dinamica dell’inquinamento atmosferico, che risente di fattori meteorologici, emissivi ed orografici che nella Pianura Padana possono determinare, nonostante le misure di contenimento, picchi di concentrazione nell’arco della giornata”. Ecco quindi spiegato, una volta per tutte, il perché a uno stop del traffico può non necessariamente corrispondere un immediato miglioramento della qualità dell’aria.

E la correlazione con i contagi?

Appurato il generalizzato miglioramento della qualità dell’aria, l’altro aspetto da affrontare è quello della possibile correlazione tra i contagi e l’inquinamento, ipotizzata nel position paper della Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA). La pubblicazione, in particolare, si fonda sulla teoria secondo cui il particolato atmosferico avrebbe sostanzialmente fatto da vettore di trasporto per il virus, fornendogli inoltre un ambiente per così dire favorevole.

L’analisi, de facto, indicherebbe quindi una relazione diretta tra numero di contagiati e inquinamento. C’è però un grosso “ma”. Il position paper in questione non può essere infatti considerato un testo scientifico, come evidenzia tra gli altri l’Arpa Veneto, sostenendo che “i documenti circolati questi giorni a sostegno della correlazione tra inquinamento e contagio non sono studi approfonditi, pubblicati e rivisti dalla comunità scientifica, con il principio della ‘peer review’ e secondo i crismi riconosciuti della ricerca, in cui le ipotesi sono sottoposte a plurime verifiche applicando il canone epistemologico della falsificabilità”.

Sulla stessa linea si è mossa anche la Società italiana di aerosol, che in un testo sottoscritto da altri 70 scienziati di vari enti e istituzioni ha valutato unanimemente “come parziale e prematura l’affermazione che esista un rapporto diretto tra numero di superamenti dei livelli di soglia di polveri sottili e contagi da Covid-19”.

L’invito alla prudenza delle istituzioni

“L’associazione tra smog e Coronavirus è un’ipotesi non verificata”, ha tenuto a precisare l’assessore all’Ambiente dell’Emilia Romagna, Irene Priolo, sostenendo che “sarebbe bene” in un momento di difficoltà come quello attuale “evitare di diffondere informazioni non sufficientemente verificate”.

Insieme al suo omologo della Regione Lombardia, Raffaele Cattaneo, quindi, Priolo ha invitato la comunità scientifica “ad agire con la massima responsabilità nel diffondere risultati ancora ipotetici e che non siano stati condivisi”. E anche l’Arpa Veneto ci va giù con decisione, rimarcando che le polemiche “sui supposti effetti e fattori ambientali non devono distogliere nessuno dalle indicazioni davvero importanti fornite dal mondo medico scientifico e che sono acclarate come elementi decisivi per contenere la diffusione del virus, ovvero il distanziamento sociale e l’igiene personale”.

L’incognita degli effetti pregressi

Ad accendere prima degli altri il faro su una possibile relazione tra Coronavirus e inquinamento era stata in precedenza la European Public Health Alliance (EPHA), che rifacendosi alla letteratura scientifica sulla SARS aveva osservato che "chi vive nelle città inquinate è più esposto ai rischi connessi al Covid-19".

Del resto, secondo EPHA, l’inquinamento può contribuire all’insorgere di “ipertensione, diabete e problemi respiratori, condizioni che i medici iniziano a mettere in relazione a un maggiore tasso di mortalità per il Covid-19”.