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Ricarica e colonnine
Ricarica pubblica: perché il settore è sempre più affollato
È un settore in espansione, perché le il numero delle aziende attive cresce di anno in anno: facciamo il punto

Pietro Cardone 
Di: Pietro Cardone
19 dic 2023 alle 07:00
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L’infrastruttura di ricarica pubblica è in ritardo sia in Europa che negli Stati Uniti. Ma le società che si occupano di colonnine hanno iniziato ad affilare le armi per contendersi i posti migliori dove costruire le proprie stazioni.
I motivi sono principalmente due. Il primo riguarda il fatto che aprire una stazione di ricarica in luoghi strategici, magari molto frequentati, può garantire maggiori guadagni. Il secondo è che le società con i posti più ambiti attireranno maggiori investimenti dalle tante società che non si occupano direttamente di ricarica, ma che stanno sempre più investendo nella transizione. La Reuters ha provato a tracciare un interessante quadro della situazione.
Un panorama sempre più affollato
Secondo l'agenzia di stampa britannica, nel mondo ci sono più di 900 società che operano nel campo della ricarica. Stando invece a PitchBook, dal 2012 il settore ha attratto oltre 12 miliardi di dollari (11 miliardi di euro) di finanziamenti. Ton Ristimaki, ceo del produttore di colonnine svedese Kempower, ha fotografato così la situazione:
“Se guardi al nostro settore, ora è un po’ il gioco a chi si accaparra più terreni. Chi prende le posizioni migliori può garantirsi maggiori vendite di elettricità nei prossimi anni”.

“Quando i grandi investitori finanzieranno il consolidamento delle infrastrutture pubbliche il panorama della ricarica rapida sarà molto diverso da quello attuale", ha dichiarato Michael Hughes, chief revenue and commercial officer di ChargePoint, uno dei maggiori fornitori di apparecchiature e software per la ricarica dei veicoli elettrici. Aziende come Volkswagen, BP ed E.ON hanno investito molto nel settore, che dal 2017 ha visto 85 acquisizioni.
Solo nel Regno Unito ci sono più di 30 operatori di caricabatterie veloci. Due nuovi operatori sono stati lanciati il mese scorso: l'australiana Jolt, sostenuta dal fondo di BlackRock, e Zapgo, che ha ricevuto un finanziamento di 25 milioni di sterline (28,9 milioni di euro) dal fondo pensione canadese OPTrust.
Cosa accade negli USA e in Europa
Nel mercato statunitense, Tesla la fa da padrona. Ma presto si uniranno alla mischia catene di supermercati, distributori di benzina e altri grossi player che porteranno il numero di soggetti che si occupano di ricarica pubblica dagli attuali 25 a 54 entro il 2030.
In Europa il fenomeno è analogo, ma la burocrazia rallenta la crescita. Ciò nonostante, anche nel Vecchio Continente non mancano investitori che scommettono sulla rete di ricarica. Se una stazione è situata in un buon posto, si stima che possa diventare redditizia in soli 4 anni dall’inaugurazione.
"Se sono posizionate in luoghi attraenti, gli investimenti a lungo termine in società di ricarica hanno assolutamente senso", ha dichiarato Christophe Bordes, amministratore delegato di Infracapital.

Hughes di ChargePoint ritiene che i grandi operatori inizieranno a guardare oltre i siti esistenti per trovare luoghi adatti ad ospitare grandi strutture, dove oltre a ospitare da 20 a 30 colonnine rapide ci saranno anche negozi, ristoranti e servizi. "C'è una corsa allo spazio - ha detto - ma ci vorrà più tempo di quanto ci si aspetti per trovare, costruire e attivare questi nuovi siti per la prossima generazione di ricarica veloce".
La corsa alla partnership
Se le aziende di ricarica vogliono crescere in fretta, devono trovare accordi con altri partner che sono già radicati sul territorio. La britannica InstaVolt ha stipulato accordi con McDonald’s per piazzare colonnine presso i loro fast food. InstaVolt ha in programma 10.000 stazioni di ricarica nel Regno Unito entro il 2030. Ha stazioni di ricarica attive in Islanda e ha avviato operazioni in Spagna e Portogallo.
Per quanto il numero delle aziende che offriranno servizi di ricarica, questo aumenterà, mentre alcune che non cresceranno troppo in fretta o non presidieranno le zone giuste saranno costrette a chiudere o a vendersi alla concorrenza. È per questo che alcune stanno addirittura forzando la mano e si stanno espandendo più in fretta di quanto il mercato non richieda. È un modo di agire necessario per difendersi dai competitor.
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