La decisione dell'Antitrust a favore di Enel X andrà ben oltre la multa di 100 milioni a Big G: è una "liberalizzazione" software?

Avete mai contato quante cose fate attraverso Google? Dalle ricerche alla gestione di mail, contatti e calendario, per non parlare di tutte le volte che in giro per il mondo vi ha salvato con le sue mappe. E le ricariche dell’auto elettrica?

Guardando alla progressiva espansione di Android Auto verrebbe naturale pensare anche questo servizio passerà da Big G, ma la recente sentenza dell’Antitrust che ha coinvolto il colosso di Mountaing View ed Enel X, di cui vi abbiamo già parlato, potrebbe realmente cambiare le carte in tavola in ottica concorrenza. La decisione dell’Autorità, infatti, può incidere sul futuro di tutti gli operatori di ricarica e di tutte le app con le quali i clienti sceglieranno con chi e dove ricaricare le proprie auto. Proviamo a capire perché.

Molto più di un’app

La sentenza stabilisce che Google Maps non è semplicemente una app di navigazione, ma la finestra verso una molteplicità di servizi, tra cui la ricarica, e che Android è un sistema operativo che deve garantire a tutti gli operatori la possibilità di offrire i propri servizi, costruendo e gestendo la clientela senza passare da un unico sistema di localizzazione. Soprattutto se ha il potenziale per diventare anche un sistema di pagamento.

Magari questo per il normale utente di uno smartphone sarà più scomodo e potrebbe scompaginare un’abitudine che si stava già consolidando, ma gli offrirà altri vantaggi. Il più importante è quello di poter scegliere effettivamente l’operatore di ricarica che ad avviso dell’automobilista offre il servizio migliore, sia per le tariffe che per la localizzazione delle colonnine e la programmazione del viaggio. Sono questi gli elementi decisivi per l’esperienza dell’utente e su di essi si gioca la partita per la crescita delle tecnologie e di questo business.

Le novità di Google Maps in arrivo

Effetto a cascata su tutti

La decisione dell’AGCM non riguarda solo Enel X o altre società energetiche, ma anche gli specialisti multioperatore, le società che gestiscono schede carburante, le compagnie petrolifere, i consorzi di interoperabilità delle reti di ricarica, i fornitori di servizi di mobilità (noleggio, car sharing, ride sharing, etc.) e le stesse case automobilistiche.

Prima della sentenza il cliente poteva utilizzare queste app, ma non poteva farlo all’interno di Android Auto. Doveva dunque arrestare il proprio mezzo. D’ora in poi invece gli dovrà essere assicurata la possibilità di poterle utilizzare con la stessa facilità con cui si possono utilizzare Maps e Waze – entrambe di proprietà di Google – anche in movimento e senza scollegare lo smartphone.

La sentenza ha riconosciuto infatti che Android Auto è di fatto uno standard che permette al cliente di avere la stessa interfaccia al variare dell’automobile e del proprio sistema infotelematico. Per questo Android Auto non può considerarsi una semplice app che permette il dialogo tra il device e la vettura, ma è uno standard e, come tale, non deve essere d’intralcio all’ingresso di nuovi operatori. Ne va della possibilità dello sviluppo di nuove tecnologie e di tutta la mobilità elettrica.

Cosa ha detto l’Antitrust

Ecco perché l’Antitrust ha messo una multa di 102.084.433 euro (e 91 centesimi) sotto il tergicristallo di Alphabet Inc. ovvero Google. Una cifra che in assoluto impressiona meno delle sue dimensioni relative. Vale infatti lo 0,064% del fatturato 2020 della società di Mountain View (182,6 miliardi di dollari pari a 163,5 miliardi di euro).

E a leggere le 156 pagine della sentenza, i 102 milioni sembrano quasi un simbolo visto che il dispositivo cita espressamente l’articolo 102 del Trattato sul Funzionamento della Unione Europea (TFUE) quello che recita:

“È incompatibile con il mercato interno e vietato, nella misura in cui possa essere pregiudizievole al commercio tra Stati membri, lo sfruttamento abusivo da parte di una o più imprese di una posizione dominante sul mercato interno o su una parte sostanziale di questo”

Tra i quattro tipi di pratiche incompatibili, alla lettera b), troviamo:

“nel limitare la produzione, gli sbocchi o lo sviluppo tecnico, a danno dei consumatori”

La sentenza dell’Antitrust ha anche altri aspetti interessanti e destinati a stabilire un importante precedente. Uno riguarda la localizzazione e la navigazione: una app che offre tali servizi ha automaticamente un vantaggio e questo vantaggio è incolmabile se, insieme alla posizione, vengono fornite notizie dettagliate sulle colonnina di ricarica come accade con Maps e Waze.

colonnina enel x

Un potere enorme

L’altro è che i dati dei clienti di Enel X, così come di qualsiasi altra app che gestisce la ricarica, non devono passare necessariamente per Google. L’Autorità dunque lega strettamente l’utilizzo delle app che gestiscono la ricarica allo sviluppo delle nuove forme di mobilità e vede chiaramente che il prossimo passo dopo la localizzazione, sono i servizi di pagamento. Juice Pass ed altri tipi di app permettono già il pagamento, ma viene sancito il principio che Maps non deve sapere il “chi” e il “dove”, tantomeno il “quanto” o il “come”.

Senza farne espressa citazione, l’Autorità afferma che un’app come Maps possiede un potere distributivo e di brand che potrebbe essere accostato a quello che ha, ad esempio, la grande distribuzione organizzata. E che, se questo potere venisse affiancato in futuro da un servizio di pagamento, obbligherebbe di fatto tutti o quasi i servizi di mobilità a passare per Google dandogli un potere contrattuale enorme.

Così come il supermercato semplifica la spesa per l’utilizzatore, ma può contrattare da una posizione di forza come collocare una merce sugli scaffali, si rischia di lasciare in una mano sola le chiavi di accesso per la porta che separa il pubblico dai servizi di mobilità. Per i clienti avere un accesso unico rende tutto più semplice, ma ostacola l’innovazione e le dinamiche concorrenziali che permettono di avere servizi migliori a tariffe inferiori.

E adesso?

L’Autorità per la Concorrenza ha dunque messo le basi per creare uno spazio che prima era un recinto vuoto ed invece ora può riempirsi di attori vecchi e nuovi in vista del business del futuro: i servizi di pagamento per la mobilità. Per far sì però che questa libertà sia effettiva, il prossimo passo è migliorare l’interoperabilità attraverso la condivisione delle informazioni tra le varie reti tutelando, allo stesso tempo, i dati dei clienti.

Solo aprendo l’intera rete di ricarica si potrà avere l’efficienza di un sistema come quello di Tesla, realizzando per l’utente un’esperienza davvero semplice ed appagante. Oltre al prodotto, è infatti questo -  o forse soprattutto questo – uno dei punti di forza del marchio americano.

Se però si realizzasse l’interoperabilità perfetta, la sentenza dell’Autorità per la Concorrenza ha già messo le basi per un confronto aperto tra le app che permettono di pianificare meglio i viaggi più efficienti e veloci, le ricariche più comode e convenienti e i pagamenti più facili con qualsiasi auto ricaricabile. Se davvero la mobilità elettrica e sostenibile è uno degli obiettivi dell’Antitrust, potrebbe essere questo il tema dei suoi prossimi approfondimenti.