Viviamo un momento storico particolare, foriero di grandi cambiamenti, sia industriali che sociali. Da un lato c’è la transizione energetica che conquista sempre più terreno, dall’altro ci sono nuovi diritti che vengono reclamati o affermati ogni giorno. E spesso le due cose vanno a braccetto. Allora perché non può esistere un diritto alla ricarica?

Lo rivendica a gran voce la Society of Motors and Manufactures and Traders (SMMT), associazione dell’industria auto nel Regno Unito, dove lo stop alle vendite di benzina e diesel è fissato al 2030. La paura del settore è che lo Stato non stia facendo abbastanza per arrivare preparato all’appuntamento. Ma la risposta non si è fatta attendere. Vediamo.

Diritti e doveri

“Noi siamo pronti per la sfida, certo che lo siamo”, è la sicurezza che Mike Hawes, amministratore delegato dell’associazione, mostra durante la SMMT Electrified conference a Londra. Il responsabile chiede però “maggiori investimenti nelle colonnine pubbliche”, perché diritti e doveri devono andare di pari passo: “Gli obiettivi devono essere commisurati alle infrastrutture”.

Ecco quindi che si arriva al punto più interessante: “Non riusciremo a dare risultati alla società senza un’altra regolamentazione (oltre a quella sul phase-out, ndr), cioè il diritto universale alla ricarica”. Non tutti, sottolinea infatti, possono fare il pieno di energia a casa. E, nel frattempo, l’auto elettrica corre.

Electrical cars using public London chargers on pavement

Numeri in crescita, ma solo delle auto

Basta pensare che fino all’anno scorso in UK c’era 1 punto di ricarica ogni 16 full electric o ibride plug-in in strada. Oggi, con le immatricolazioni che crescono al 18% in vista della fine del decennio, sono 1 ogni 32 vetture alla spina. L’allarme della SMMT è che qualcuno resti “a secco”.

“Le cose stanno peggiorando”, avverte Hawes. Guardando ai numeri, le stime parlano di oltre 9 milioni di veicoli elettrici sulle strade inglesi nel 2030, che raddoppieranno a più di 18 milioni nel 2035. I BEV sono attualmente 420.000.

La soluzione

Ma come mettere in piedi un diritto alla ricarica? Il capo dell’associazione dà la sua ricetta: “Serve un piano, supervisionato da un’autorità di regolazione, che metta i consumatori al centro della transizione, accelerando l’installazione delle infrastrutture e facendo in modo che l’ansia da autonomia non si trasformi in ansia da ricarica”.

L’appello sembra essere stato ascoltato, perché il Dipartimento dei Trasporti (DfT) ha messo sul piatto 450 milioni di sterline, da aggiungere ai 950 milioni già annunciati, con l’obiettivo di decuplicare i punti di ricarica pubblici, passando dai 29.600 (censiti al 1° marzo 2022) a 300.000 entro il 2030.

Tesla Model S recharging on the street in London

A queste cifre vanno sommati gli investimenti dei privati, a cominciare da 1 miliardo di sterline che sta mettendo sul piatto la società BP, colosso petrolifero britannico impegnato a rivoluzionare il proprio business in chiave più sostenibile.

Cosa pensa l’industria di questo aggiornamento? Di certo lo accoglie con favore, ma non è soddisfatta al 100%, perché il “diritto universale alla ricarica” non è ancora realtà: “Le infrastrutture – commenta Hawes – devono tenere il passo con il rapido incremento delle vendite di auto elettriche”.

“Considerati i ritmi di crescita e la diffusione capillare a livello nazionale – conclude – questa espansione darebbe agli automobilisti la certezza che saranno in grado di ricaricare con la stessa facilità con cui farebbero oggi rifornimento, ovunque si trovino”.