Se è vero che non tutto il male viene per nuocere, il momento storico che stiamo vivendo è sì difficile, ma può rappresentare anche un'opportunità per accelerare sulla transizione. Ne sono sicuri gli ospiti della tavola rotonda organizzata da Italian Exhibition Group (IEG) per lanciare il nuovo format di Key Energy, la fiera del Mediterraneo sulle rinnovabili, che nel 2023 cambierà nome e diventerà K.EY.

“Key Energy ha raggiunto una maturità tale da essere pronta a camminare con le proprie gambe”, dichiara Corrado Arturo Peraboni, amministratore delegato di IEG. “Dopo 15 edizioni assieme a Ecomondo, la manifestazione avrà uno spazio tutto suo e si terrà in primavera, con un format nuovo, che allo stesso tempo fa leva sulla lunga esperienza nel settore maturata in oltre un decennio di attività”.

L’ultima edizione in contemporanea con Ecomondo si svolgerà dall’8 all’11 novembre. K.EY è invece in calendario dal 22 al 24 marzo, sempre a Rimini. Il nuovo vestito rispecchierà l’approccio a 360 gradi al mondo green, pensato per dare una spinta al settore in Italia. Ma ciò che serve, secondo gli esperti intervenuti, è soprattutto una cultura diversa.

Effetti lungo la catena

Lo dimostra la campagna elettorale, che dipinge un quadro politico “sconfortante”. Questo, almeno, è il giudizio di Paolo Rocco Viscontini, presidente di Italia Solare. “Nessuno in tv, fra leader e giornalisti – dice –, parla di quanto un impianto di rinnovabili farebbe risparmiare”. Classico problema di comunicazione, che poi si ripercuote anche sulle iniziative prese dall’alto.

“Gli extraprofitti – continua – generano grandi risorse, ma i risultati non si vedono perché mancano interventi strutturali per autoproduzione energetica e minor consumo di combustibili fossili. Il discorso non è stato sfiorato e stiamo andando a prendere il gas da Paesi instabili”.

Incontro fra culture

Ma Viscontini non è l’unico a denunciare una politica spesso miope quando si parla di investire nelle rinnovabili: “Il ministero della Cultura – è l’esempio di Gianni Silvestrini, presidente del Comitato Tecnico Scientifico di Key Energy – sta bloccando l’eolico. È mancanza di cultura, ma le culture devono incontrarsi. Ci dicono di installare le turbine in basso invece che in cima, ma lì non c’è vento”. Per fortuna l’ottimismo non manca: “Le cose cambieranno, anche negli altri Paesi”.

Un esempio arriva dalla Germania, dove a gennaio il Governo ha lanciato un programma per la neutralità climatica entro il 2045. “Lo ha presentato Robert Habeck, ministro dell’Economia e della Protezione climatica, a dimostrazione dell’intreccio che c’è oggi fra queste due realtà”, commenta Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile.

Giocare in attacco

Insomma, la sfida di oggi sembra essere quella di “vincere sugli interessi del passato”, come sostiene Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola. E cita con parole durissime un caso che riguarda da vicino il mondo dell'auto: “Io mi sono vergognato quando i ministri Cingolani e Giorgetti sono andati in Europa a chiedere lo spostamento del phase-out delle auto termiche dal 2035 al 2040”.

Colonnine di ricarica elettrica Giulio Barbieri

“Una cosa del genere – aggiunge – dà un segnale pessimo alla nostra industria, che ha tutte le condizioni per vincere. Anziché giocare la partita in attacco, si fa finta di tornare indietro con l’orologio”. Un modello da seguire per Realacci? “Renault, che è diretta da un manager italiano (Luca De Meo, ndr) e che dal 2030 venderà solo auto elettriche in Europa”.

Una sola soluzione

Aperta la parentesi mobilità sostenibile, a metterci il sigillo è Massimo Nordio, presidente di Motus-E: “Mentre noi discutiamo, gli altri vanno avanti. Il risultato è una serie di freni che spaventano l’opinione pubblica, con dichiarazioni al limite del terroristico, come dire che l’auto elettrica è la causa di tutti i problemi, ci renderà schiavi della Cina e distruggerà 70.000 posti di lavoro”.

Un “gigantesco problema di comunicazione”, spiega Nordio, che, se non affrontato, ci farà perdere il treno dell’elettrificazione. Un convoglio che parte, “perché lo hanno deciso l’Europa, le grandi Case auto, che hanno fatto delle scelte molto chiare, e il ministero delle Infrastrutture, che ad aprile ha pubblicato un rapporto in cui si dice che per il trasporto privato non esistono alternative: c’è una sola soluzione, sia per l’ambiente che per la sostenibilità economica, ed è l’auto elettrica”.