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Entro il 2035 sarà pieno di robotaxi, ma non in Italia

Il report BCG prevede una forte crescita globale dei taxi autonomi, ma l’Europa resta indietro rispetto a Cina e Stati Uniti

Robotaxi Hyundai Ioniq 5 a Las Vegas - Motional e Uber
Foto di: Hyundai

Dopo anni di test limitati e promesse rimaste sulla carta, il settore dei robotaxi sta entrando in una fase più concreta. Secondo il nuovo report “Here at Last: The Evolution of the Robotaxi” realizzato da Boston Consulting Group (BCG), società internazionale di consulenza strategica, entro il 2035 la flotta globale di taxi a guida autonoma potrebbe superare 1 milione di veicoli nello scenario base, arrivando fino a 3 milioni nelle ipotesi più ottimistiche.

A sostenere questa crescita sono soprattutto i progressi compiuti sul fronte della sicurezza, dell’affidabilità dei sistemi autonomi e della riduzione dei costi operativi. La diffusione, però, non sarà immediata: secondo BCG il vero nodo non riguarda più la fattibilità tecnica dei robotaxi, ma la capacità delle aziende di espandere i servizi in modo sostenibile e adattarli alle infrastrutture urbane delle diverse città.

Europa in ritardo rispetto a Cina e Stati Uniti

Lo studio evidenzia come lo sviluppo commerciale dei robotaxi sia oggi concentrato soprattutto in Cina e Stati Uniti, mercati che possono contare su normative più favorevoli e investimenti più rapidi. Entro il 2035 la Cina potrebbe arrivare a circa 850.000 veicoli autonomi operativi, mentre negli Stati Uniti si stimano circa 350.000 unità. L’Europa, invece, dovrebbe fermarsi attorno a quota 120.000.

Robotaxi Hyundai Ioniq 5 Motional/Uber a Las Vegas

Robotaxi Hyundai Ioniq 5 Motional/Uber a Las Vegas

Foto di: Hyundai

Secondo Giuseppe Collino, Managing Director e Senior Partner di BCG, il problema europeo è legato soprattutto alla complessità del sistema urbano e normativo. “In Europa l’implementazione dei robotaxi è ancora in una fase iniziale, ma può contare su condizioni favorevoli come la densità urbana e la crescente attenzione alla mobilità sostenibile”, spiega Collino.

“A differenza di Stati Uniti e Cina, dove i servizi sono già operativi su scala e stanno accumulando esperienza, nel Vecchio Continente la sfida è soprattutto sistemica: la complessità normativa e urbana richiede un salto di qualità sul software, dalla mappatura digitale alla gestione in tempo reale delle flotte”.

Costi elevati e crescita ancora lenta

Secondo il report, avviare un servizio di robotaxi in una nuova città richiede oggi investimenti compresi tra circa 13 e 26 milioni di euro e fino a due anni di lavoro tra autorizzazioni, infrastrutture e preparazione operativa. Anche l’espansione delle flotte procede lentamente: possono servire fino a sei anni per coprire una parte significativa di un’area urbana.

Attualmente i costi operativi dei robotaxi possono superare i 7 euro al chilometro, un valore ancora superiore rispetto ai taxi tradizionali. Con l’aumento dei volumi e il miglioramento delle tecnologie, però, BCG stima una riduzione fino a circa 0,70 euro al chilometro, soglia che renderebbe il servizio economicamente competitivo.

Per raggiungere il pareggio operativo, gli operatori dovranno arrivare a flotte comprese tra 15.000 e 20.000 veicoli distribuiti in più città.

La fiducia degli utenti resta infine un elemento centrale. Oggi in Europa e negli Stati Uniti circa un terzo dei consumatori si dichiara disposto a utilizzare un robotaxi, mentre in Cina la quota supera già il 60%. Secondo BCG, entro il 2030 anche il mercato europeo potrebbe vedere un aumento dell’interesse grazie al miglioramento della sicurezza percepita e dell’esperienza d’uso.

Fotogallery: Tesla Robotaxi