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Furti di rame alle colonnine di ricarica: cosa sta succedendo

Arrestata una banda a Roma, ma il fenomeno coinvolge tutta Italia ed Europa, con problemi per automobilisti e aziende. Le soluzioni? Eccole

La nuova stazione di ricarica Ionity a Trezzano sul Naviglio

Foto di: Ionity

Redazione Redazione

Di: Redazione

Aggiornato: 16 apr 2025 alle 15:48

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La mobilità elettrica ha un nuovo problema: i criminali interessati al rame. Dopo i furti di cavi nei cantieri e nelle ferrovie (una questione ormai storica), ora nel mirino dei ladri c’è una nuova “miniera”: le colonnine di ricarica per veicoli elettrici.

L’oro rosso, come viene spesso chiamato il prezioso materiale, fa gola e le conseguenze si fanno sentire su utenti e operatori. Si tratta di un problema europeo, che in Italia sta vivendo il suo culmine a Roma.

L’allarme arriva da Roma, ma il fenomeno è europeo

Il problema dei furti di rame alle stazioni di ricarica pubbliche è venuto alla luce nelle scorse settimane, quando i Carabinieri del Nucleo Radiomobile di Roma hanno arrestato tre persone con l’accusa di aver smontato e rubato cavi da una serie di colonnine elettriche Enel X tra la Capitale e il porto di Civitavecchia.

Un’operazione pianificata da tempo e che ha portato al sequestro di un camion con quasi 100 kg di rame già spellato e pronto per essere immesso nel mercato nero.

La stazione di ricarica Fastned a Brescia

La stazione di ricarica Fastned a Brescia

Foto di: InsideEVs

Come spiegato dai militari a numerosi giornali, non si è trattato di un caso isolato. In Italia, infatti, sono decine gli episodi segnalati negli ultimi mesi, con colonnine vandalizzate in diverse città, soprattutto dove le infrastrutture sono più diffuse e meno sorvegliate.

“Sul tema è importante essere chiari - commenta Francesco Naso, segretario generale dell'associazione Motus-E -. Per pochi euro di rame si fanno danni ingenti e chi commette questi reati rischia moltissimo, perché la fattispecie può prevedere diverse aggravanti, dal danneggiamento alla sottrazione di materiale da infrastrutture per l’erogazione di energia, che possono comportare pene fino a 10 anni di reclusione”.

Ma il problema non è solo della Penisola. Leggendo la cronaca d'oltralpe, nel resto d’Europa la situazione è simile. Nel Regno Unito, all'inizio di aprile, l’operatore Instavolt  ha denunciato oltre 170 furti di cavi ai propri impianti, avvenuti tra il 2023 e il 2024, per danni stimati in circa 1.200 euro per ogni cavo tagliato, senza contare i tempi di inattività e la perdita di fiducia da parte degli utenti.

La stazione di ricarica Electrip di Assago

La stazione di ricarica Electrip di Assago

Foto di: InsideEVs

Ma perché proprio le colonnine?

Il rame ha un valore molto elevato sul mercato nero e a saperlo bene sono soprattutto gli operatori telefonici, i cui impianti vengono saccheggiati ogni anno. E pensando proprio al rame, è facile capire come i cavi di ricarica, soprattutto quelli molto spessi per la ricarica rapida in corrente continua (DC), ne contengano in quantità significativa.

L’isolamento, spesso in gomma o silicone, e le ingenti dimensioni rendono il materiale semplice da individuare, facile da spellare e veloce da rivendere. In più, la mancanza di videosorveglianza in molte aree rende queste strutture vulnerabili, specie di notte o in zone periferiche. Per le bande specializzate, il gioco vale la candela: bastano pochi minuti per tagliare un cavo, caricarlo in un furgone e sparire.

La colonnina di ricarica hyper veloce da 1 MW fatta in Italia

La colonnina di ricarica hyper veloce da 1 MW fatta in Italia

Foto di: InsideEVs

Quali soluzioni si stanno attuando

I principali operatori stanno già reagendo. ChargePoint, uno dei fornitori più attivi a livello europeo, ha iniziato ad adottare cavi “anti-taglio”, con armature metalliche e rivestimenti rinforzati. Tesla, invece, ha implementato la marcatura laser su alcuni cavi Supercharger per renderli riconoscibili e inutilizzabili sul mercato illegale.

Alcuni, invece, stanno sperimentando anche sensori anti-manomissione integrati direttamente nei connettori, in grado di inviare alert in tempo reale. Ma il problema è anche infrastrutturale: molte stazioni sono installate su suolo pubblico, dove la manutenzione e la sorveglianza non sempre sono garantite.

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