Secondo T&E inserire i trasporti nel mercato degli ETS potrebbe non avere le conseguenze sperate ed essere deleterio per la transizione

Avete mai sentito parlare del mercato ETS? Per semplificare, possiamo dire che si tratta di un mercato in cui le aziende che operano in settori particolarmente impattanti dal punto di vista climatico sono costrette ad acquistare i cosiddetti carbon credit nel caso sforino i limiti di emissioni imposti dalla legge. Carbon credit che non sono altro che quote di emissione (che equivalgono a una tonnellata di CO2 ciascuna) e che sono messi in vendita dalle aziende che inquinano meno del consentito.

Ecco, a luglio l’Unione Europea lancerà una sua nuova strategia a protezione dell'ambiente al fine di raggiungere l’obiettivo prefissato di ridurre del 55% le emissioni di C02 entro il 2030. Tra le ipotesi c'è anche quella di allargare il mercato ETS ad altri settori industriali, incluso quello dei trasporti, attualmente escluso. Ma cosa succederebbe se l'automotive fosse sottoposto a queste regole?

Le controindicazioni degli ETS

Uno studio di Cambridge Econometrics rilanciato da Transport & Environment ha analizzato vari scenari per capire quali siano le contromisure più efficaci per ridurre l’impatto ambientale del settore dei trasporti. E ha scoperto che la strada da seguire potrebbe non essere quella di allargare il mercato ETS anche in questo campo.

Lo studio dimostra infatti che le aziende che producono carburanti potrebbero arrivare in poco tempo a pagare quote di emissione pari a 180 euro per tonnellata di CO2. Portando entro il 2030 un consistente innalzamento del prezzo dei carburanti.

I ricavi generati da questa ulteriore tassazione potrebbero essere reinvestiti portando anche benefici macroeconomici in termini di crescita di posti di lavoro e di Pil, magari promuovendo iniziative contro il climate change, ma secondo gli analisti e la stessa organizzazione ambientalista non rappresenterebbe la scelta ottimale. Perché come conseguenza porterebbe anche un aumento dei prezzi dei carburanti che andrebbe a danneggiare le famiglie, soprattutto quelle con redditi bassi.

2022 Ford F-150 Lightning di ricarica

La tesi di T&E

Transport & Enviroment (che più volte è tornata sull'argomento) concorda con le conclusioni di Cambridge Econometrics. Entro la fine del decennio in Francia il prezzo del gasolio aumenterebbe del 35%, in Germania del 32% e in Polonia del 31%. Si parla di circa 50 centesimi di euro al litro. E gli aumenti sulle bollette per il riscaldamento potrebbero condurre addirittura verso un raddoppio.

Sofie Defour, di T&E, ha dichiarato: “Lo studio di Cambridge Econometrics dimostra quanto sarebbe sciocco applicare le logiche del mercato ETS al settore dei trasporti. Ci sono politiche più efficaci per il contenimento delle emissioni delle auto, che potrebbero portare benefici altrettanti evidenti senza aumenti di prezzo dei carburanti e altre controindicazioni”.

Mercedes, camion e bus

Insistere con le limitazioni

Cosa bisogna fare, dunque, per ridurre l'impatto ambientale del settore dei trasporti in modo efficiente? Secondo Cambridge Econometrics la cosa migliore continua a essere quella di mettere in atto politiche comunitarie e nazionali che incoraggino l’adozione di tecnologie a basse emissioni di CO2.

In questo modo i soldi che le aziende risparmieranno non comprando carbon credit saranno investiti in ricerca e sviluppo e porteranno alla diffusione di mezzi di trasporto più moderni e meno inquinanti, con ripercussioni positive su livelli occupazionali e Pil e senza andare a incidere direttamente sulle tasche dei cittadini.

“La riduzione delle emissioni deve arrivare da una rapida elettrificazione del parco circolante – commenta Sofie Defour – A questo si deve aggiungere un potenziamento dell’infrastruttura di ricarica a livello mondiale. E per favorire questi due processi basterà insistere con normative nazionali rigorose sul contenimento delle emissioni”.

Fotogallery: Emissioni CO2 auto e test di omologazione