Vai al contenuto principale

Stop alle terre rare: quanto rischia davvero l’auto elettrica

Con le ritorsioni della Cina ai dazi USA, i motori elettrici perdono un componente importante (ma non indispensabile)

Terre rare, Cina
Foto di: Shutterstock

L’auto elettrica e le terre rare tornano al centro delle guerre commerciali. Dopo l’attacco degli Stati Uniti all’Ucraina, sferrato a metà febbraio con la richiesta di una quantità di metalli equivalente a 500 miliardi di dollari, adesso è la Cina a sfruttare la nuova arma.

L’indiscrezione parte dal New York Times (NYT), secondo il quale Pechino, in risposta ai dazi al 125% imposti da Trump alle merci made in Chinaha fermato le esportazioni di terre rare in tutto il mondo.

Ora rischiano la paralisi diverse industrie, dall’elettronica alla difesa, passando per i veicoli. Ma quanto sono importanti la Cina e le terre rare nell’auto?

Cosa sono le terre rare

Prima di tutto, ricordiamo cosa sono le terre rare. Si tratta di 17 elementi divisi in tre categorie: leggere, medie e pesanti, con nomi spesso impronunciabili come preseodimio. La tripartizione, però, cambia in base alle fonti.

Da sottolineare poi che, a scapito del nome, le terre rare non sono davvero rare. Vengono chiamate così a causa della scarsa concentrazione nei minerali che le contengono, rendendone difficili l’estrazione e la raffinazione.

Neodimio, una delle 17 terre rare
Foto di: Shutterstock

Sono usati, fra le altre cose, nella produzione di magneti permanenti per motori elettrici, turbine eoliche e dispositivi elettronici come smartphone, tablet e computer, ma anche negli strumenti militari. Qui il nostro approfondimento sull’utilizzo nelle auto.

Monopolio Cina

Attualmente la Cina controlla circa il 70% delle estrazioni (270.000 tonnellate su 390.000 t) e il 90% della lavorazione di terre rare; quota che sale al 99,9% quando si parla di terre rare pesanti.

Stando poi all’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), la domanda nel 2023 è stata di 93 chilotoni (kt), pari a 93 milioni di chilogrammi. Le previsioni dicono che il mercato crescerà a 134 kt nel 2030 e a 169 kt nel 2040.

Tradotto, sono 7 miliardi di dollari nel 2023, che diventeranno 10-12 miliardi nel 2030 e 11-13 miliardi nel 2040.

Terre rare 2023 2030 2040
Domanda 93 kt 134 kt 169 kt
Valore 7 mld $ 10-12 mld $ 11-13 mld $

Le terre rare nei motori elettrici

Sfruttando elementi come neodimio, samario, terbio o disprosio, le auto elettriche utilizzano le terre rare nei motori a magneti permanenti, che rappresentano il 70-80% dei propulsori (fonte: l’esperto del Cnr Nicola Armaroli, intervistato dal Corriere della Sera).

Nuove chimiche si stanno comunque affacciando sul mercato. Le terre rare nei veicoli non sono quindi indispensabili, ma garantiscono prestazioni migliori.

Ogni vettura elettrica monta mediamente 0,5 kg di terre rare. Considerato che nel 2023 la produzione globale è stata di 93 kt e che i BEV (Battery electric vehicles) venduti sono stati 9,5 milioni, il consumo complessivo di terre rare per auto ammonta a 4,5 kt (4,75 milioni di kg), ovvero il 5,1% del totale.

Piattaforma GM Ultium: il motore EV a magneti permanenti da 255 kW di GM verrà utilizzato per applicazioni di trazione integrale e trazione posteriore ad alte prestazioni.

Un motore elettrico a magneti permanenti di General Motors

Ue e USA alla finestra

Guardando al futuro, sarà ancora la Cina – insieme ad Australia, Myanmar e Malesia – a mantenere l’oligopolio su produzione e raffinazione delle terre rare, con quote del 54% e 77%.

Ma né Europa, né Stati Uniti figurano nella shortlist dell’IEA sui Top three producers di oggi e domani. E qui si arriva al nocciolo della questione.

Foto di: InsideEVs

Coltello dalla parte del manico

Consapevole di avere il coltello dalla parte del manico, Pechino richiede ora condizioni speciali per autorizzare l’export di terre rare pesanti, bloccando di fatto il commercio e gettando le basi per intavolare una trattativa da cui uscire vincitrice.

Difficile infatti che l’Occidente resista a un embargo quasi totale, anche perché – spiega sempre Armaroli – le aziende operano spesso con scorte minime, così da ridurre i costi. A peggiorare la situazione c’è l’impossibilità di sostituirle facilmente.

Altri settori a rischio risultano tecnologie come turbine eoliche, aerospazio e difesa per sistemi radar, sonar e missili guidati.

“Noi siamo totalmente dipendenti dalla Cina, perché, mentre l’Occidente cercava petrolio, loro 20 anni fa stringevano accordi per i giacimenti di terre rare. Hanno visto più lontano”, aggiunge Giuliano Noci, professore ordinario al Politecnico di Milano e prorettore del Polo territoriale cinese dal 2011, intervistato sempre dal Corriere.