Cosa sta bloccando la fabbrica di batterie Stellantis in Italia
Vendite di auto elettriche in calo, dubbi sul 2035 e costi dell’energia fermano la gigafactory a Termoli. Attesa per il Tavolo col Governo
Finita l’era Tavares, Stellantis volta pagina. I nodi da sciogliere, però, restano tanti. Uno su tutti: la gigafactory italiana di batterie per auto elettriche.
Annunciata in pompa magna a marzo 2022, doveva nascere a Termoli (Molise) sotto il nome di Acc (Automotive Cells Company, joint venture fra il gruppo, Mercedes e TotalEnergies), che avrebbe convertito l’attuale fabbrica di cambi e motori termici e sfornato 40 GWh di accumulatori dal 2026.
I lavori sono invece fermi da giugno, nonostante i piani prevedessero lo stop alla produzione odierna nei primi mesi di quest’anno. E adesso, fra crisi del settore, sindacati preoccupati e opposizioni all’attacco del Governo, l’argomento torna caldo in vista del Tavolo Stellantis di martedì 17 dicembre. Ma perché la situazione è così intricata?
“Bagno di sangue”
Un primo indizio era arrivato dall’ex ceo Carlos Tavares: “Se non si vendono auto elettriche, non è necessario produrre batterie in gran quantità”, le parole pronunciate durante la presentazione della rinnovata Pro One, divisione del gruppo dedicata ai veicoli commerciali.
“Termoli è ancora nei piani dell’azienda, ma c’è incertezza sui piani di realizzazione. Sarebbe stupido investire ingenti somme di denaro in un progetto non necessario come quello delle nuove gigafactory. Si tradurrebbe in un bagno di sangue per l’azienda. Noi non possiamo fare altro che seguire il mercato”.
Colpa quindi della crisi delle vendite, da mesi in calo nell’intero continente. Dietro, però, c’è anche altro.
Carlos Tavares e Jean-Philippe Imparato
Capitolo 2035
A rivelarlo era stato sempre Tavares, stavolta durante l’ormai famosa audizione in Parlamento di ottobre:
“Gli stabilimenti richiedono investimenti enormi, utili solo se c’è la domanda dei consumatori. Se non volete più elettrificare il mercato – il monito a deputati e senatori –, non faremo la gigafactory. C’è molta concorrenza, perché molti Paesi vogliono la fabbrica, ma Termoli rimane il sito privilegiato”.
Le frasi dell’allora amministratore delegato suggeriscono che la pausa dipenderebbe dall’incertezza sulle motorizzazioni del futuro: solo elettriche, come previsto dai piani al 2035 dell’Europa, o anche termiche a e-fuel e biocarburanti, come chiesto da alcuni Paesi, Italia in testa?
Questioni di vicinanza e costi
L’interrogativo è centrale, perché dai sistemi di alimentazione preferiti dagli automobilisti dipendono la produzione di vetture e, a cascata, di batterie per auto elettriche. Le fabbriche di accumulatori devono infatti essere vicine a quelle dei veicoli, principalmente per tagliare i trasporti.
E in Italia, per bocca dello stesso Tavares, produrre auto è difficile. I costi dell’energia sono alti, “il doppio rispetto alla Spagna”. Si parla di 103 €/MWh contro 53,7 €/MWh (fonte: Corriere della Sera). Da qui (e altre voci di spesa) la delocalizzazione e l’assenza di auto elettriche “made in Italy”, a eccezione della Fiat 500e, finita ora in standby.
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Gli interni della citycar italiana
Porte (non) chiuse
Che succede adesso? In attesa di risposte e riorganizzazione aziendale, Stellantis ha rinunciato ai 370 milioni di euro in incentivi del Pnrr che avrebbero finanziato parte dei 2,5 miliardi della gigafactory. Ma le porte non sono chiuse, perché il ministro Adolfo Urso, nel riallocare il tesoretto europeo, aveva dichiarato che “il Governo rimane comunque disponibile a valutare altri fondi per Termoli dopo la presentazione del nuovo piano industriale”.
Appuntamento quindi al 17 dicembre. Quel giorno potrebbero esserci novità importanti sulla futura fabbrica di batterie. Anche perché sembra che Stellantis abbia avviato un’operazione simpatia lontana dai toni duri del recente passato. Forse, dopo l’aspro scontro dei mesi scorsi, è giunto il momento del disgelo con Palazzo Chigi.
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