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Perché la Cina dell’auto elettrica è un cane che si morde la coda

Anni di generosi incentivi e recente guerra dei prezzi mettono in difficoltà i marchi locali, che tentano lo sbarco all’estero

China's EV market eating its own tail
Foto di: Illustration by Sam Woolley

L’industria cinese dell’auto elettrica sembra inarrestabile. Eppure, da sotto la superficie, emergono problemi molto più profondi di quanto si pensi. È vero che le Case locali producono veicoli di qualità a prezzi talmente competitivi da conquistare anche gli automobilisti stranieri, ma – al tempo stesso – il Paese fa i conti con un’eccesso di offerta e, così, le vetture si accumulano nei piazzali.

Secondo un’inchiesta dell’agenzia di stampa Reuters, alcuni marchi perdono soldi e ricorrono a tattiche discutibili per smaltire l’invenduto: dalla rivendita all’estero di auto “usate” a chilometro zero all’abbandono in cimiteri di veicoli.

Guerra dei prezzi e vittime

Le super offerte raccontano il problema: un’Audi prodotta localmente può costare il 50% in meno, mentre una FAW addirittura il 60%. Dopo anni di generosi incentivi e obiettivi produttivi ambiziosi, ora le fabbriche cinesi avrebbero capacità per sfornare persino il doppio dei 27,5 milioni di veicoli prodotti nel 2024. Ne è nata una guerra dei prezzi che, stando agli analisti, lascerà in vita solo una piccola parte dei circa 130 produttori di veicoli elettrificati.

Il Governo di Pechino, temendo un’ondata di fallimenti e perdita di posti di lavoro, continua però a sovvenzionare il settore, attirandosi accuse di concorrenza sleale e spingendo altri Paesi a imporre dazi. Vacillano perfino giganti come BYD: il brand ha rivisto al ribasso le stime di vendita del 2025 da 5,5 a 4,6 milioni di auto e su Alibaba si trovano oltre 5.000 annunci d’asta per veicoli nuovi già immatricolati.

BYD Dolphin Surf

La Dolphin Surf sarà la prima BYD prodotta in Europa

Foto di: BYD

Le contromosse (basteranno?)

Per sfuggire alla pressione interna, i costruttori cinesi stanno investendo sempre più all’estero, aprendo stabilimenti in Europa per aggirare i dazi. BYD, ad esempio, produrrà in Ungheria la sua prima vettura europea, la Dolphin Surf.

Il modello di sovrapproduzione sostenuto dallo Stato, pur presentato come ibrido tra comunismo e capitalismo, appare economicamente ed ecologicamente insostenibile. Nonostante i recenti appelli ufficiali a frenare guerra dei prezzi e investimenti eccessivi, alcune province continuano a offrire incentivi milionari. Se la situazione è davvero quella descritta, avverte Reuters, qualcosa dovrà cambiare molto presto.