La poca attenzione nel Piano nazionale di ripresa e resilienza desta perplessità negli ambienti europei, ma si può correggere il tiro

Quello delle colonnine è un tema sempre molto dibattuto in Italia, tra lacci e lacciuoli burocratici, rimbalzi di responsabilità, ritardi sulle autostrade e numeri che stentano a decollare quanto potrebbero.

Se da un lato il dato assoluto può non sembrare poi così sproporzionato rispetto alle auto in circolazione - di molto inferiori rispetto agli altri big europei - è altresì innegabile che la distribuzione sul territorio resti ancora un nodo da sciogliere, così come le potenze in gioco.

E poi c’è un tema "psicologico" da non sottovalutare, con le colonnine che sono oggi anche dei totem essenziali per far percepire la concretezza della rivoluzione in atto. Ciò premesso, come siamo messi in Italia? Non esattamente bene, verrebbe da dire, anche a giudicare da quello che si dice negli ambienti europei.

Osservati speciali

A preoccupare sono in particolare le prospettive di sviluppo legate ai fondi del Next Generation EU, o Recovey Plan che dir si voglia, il cui impiego sarà delineato dal Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), che dovremo trasmettere alla Commissione Ue entro fine mese. Un piano che alla sua prima stesura ha deluso non poco sul fronte della mobilità elettrica, anche alla luce dei proclamati propositi green della strategia.

Adesso, mentre il testo è in fase di profonda revisione - come reso noto dallo stesso ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani - scopriamo oltretutto che questo cortocircuito è un osservato speciale fuori dai nostri confini.

“Per noi è una grande preoccupazione”, sostiene la responsabile eMobility di Transport & Environment, Julia Poliscanova, nel corso di una tavola rotonda organizzata da EVBox, “l’Italia avrà 40 miliardi di euro a disposizione per i trasporti ma solo una piccola parte potrebbe essere dedicata all’elettrico. Sarebbe una grande occasione persa per recuperare il gap nei confronti di altri Paesi europei”.

colonnina di ricarica

Un investimento sicuro

Un’opportunità che andrebbe osservata a 360 gradi. “In un momento in cui si cerca di uscire dalla crisi, puntare sulle infrastrutture di ricarica è un investimento realmente a prova di futuro”, osserva la rappresentate della maggiore organizzazione comunitaria a sostegno della eMobility, “perché la mobilità elettrica può solo crescere in questa fase e a livello europeo si stima che potrà contribuire alla creazione di 250.000 posti di lavoro”. In sintesi, “è un investimento di cui non ci si potrà pentire”.

“È necessaria una visione più ampia e a lungo termine”, nota dal canto suo il direttore regionale Italia e Sud-Est Europa di EVBox, Francisco Abecasis, secondo il quale “c’è bisogno di una visione che incorpori le giuste condizioni per la crescita del mercato e l’attivazione degli investimenti privati”. “I leader del settore delle infrastrutture EV”, sottolinea, “sono pronti a investire in Italia, creando posti di lavoro e velocizzando la transizione ecologica. Con le giuste regole, un regime di governance orientato al futuro e una visione chiara, l’Italia può colmare il divario”.

Il ruolo dell’Europa

E in Europa? Al netto della particolare attenzione dedicata all’Italia, che dovrebbe forse far riflettere più di qualche decisore alle nostre latitudini, la natura della roundtable era essenzialmente di carattere europeo, e anche qui - non per consolarci - il lavoro da fare non manca, soprattutto per portare a termine in modo efficace la revisione della direttiva Dafi.

Il provvedimento, per il quale la Penisola è peraltro finita in passato sotto la scure delle procedure di infrazione Ue, è quello che di fatto determinerà lo sviluppo della rete di ricarica del Vecchio Continente. E anche su questo versante, la richiesta dei partecipanti del tavolo è stata univoca.

Enel X

Un’ambizione comune

Tanto Julia Poliscanova, quanto la direttrice Affari europei di Renault, Marie-France van der Valk, e il direttore Politiche Ue di EVBox, Koen Noyens, hanno infatti chiesto in coro la messa a punto di target vincolanti e armonizzati per le colonnine nei diversi Stati membri.

“La Dafi è fondamentale, serve lo stesso livello di ambizione da parte di tutti i Paesi europei”, chiarisce la rappresentante di T&E, “i numeri naturalmente dovranno essere proporzionati alle esigenze di ciascun Paese, ma è essenziale che ci si muova in modo coordinato”.

Anche per Noyens “è indispensabile un piano strategico onnicomprensivo per superare le regole molto diverse tra Paese e Paese”, e quella dei target vincolanti sarebbe la strada da seguire pure per van der Valk, che auspica “una revisione ambiziosa della Dafi”, perché se è vero che i mercati dell’auto possono essere molto diversi tra loro, “bisogna andare tutti nella stessa direzione”.

Il numero giusto

Critiche poi per l’idea della Commissione di utilizzare un parametro troppo semplicistico come quello di una colonnina ogni 10 abitanti. “Così non si considerano la potenza, l’accesso alle ricariche private e il numero di auto vendute”, chiude Poliscanova, ricordando la metodologia suggerita invece in modo congiunto da T&E e dall’industria dell’auto Ue, che porterebbe a 1 milione di colonnine in Europa al 2025 e 3 milioni al 2030.

E le colonnine pubbliche non sarebbero neanche l'unica cosa da incentivare con più forza, vista la preponderanza a livello continentale delle ricariche domestiche e sul posto di lavoro. Un'altra chance che dovremo essere capaci di sfruttare per cavalcare la rivoluzione della mobilità elettrica.