Il documento a Bruxelles, dove la Commissione Ue ha due mesi per il vaglio. Greenpeace: "Altro che transizione, finzione ecologica"

Dopo il semaforo verde del Consiglio dei ministri, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è partito alla volta di Bruxelles, in orario sulla tabella di marcia della Commissione europea, che avrà ora due mesi per valutarlo e rispedirlo a Roma per il via libera definitivo.

Continuano però a far discutere le misure sulla mobilità sostenibile. Nelle scorse ore, anche Greenpeace Italia ha fatto sentire la propria voce, organizzando blitz davanti alle sedi di 4 ministeri. Ma la questione è ancora più intricata. 

“Una finzione ecologica”

Dallo sviluppo delle fonti di energia rinnovabile, alla riconversione degli allevamenti intensivi: sono tante le questioni messe sul tavolo dall’associazione ambientalista, ma l’auto elettrica è in cima alla lista delle cose da fare. Serve “superare il Piano nazionale energia e clima (Pniec) intervenendo in modo più incisivo sulla elettrificazione dei trasporti”.

Le osservazioni di Greenpeace erano anche arrivate sulla scrivania di Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica, dopo un prima faccia a faccia definito “costruttivo”. Ma l'organizzazione non è soddisfatta del lavoro finale del Governo e ha cominciato una campagna contro il Pnrr, che considera una “finzione ecologica”.

Il Recovery plan “che consegniamo all’Europa – scrive l’associazione – di green ha ben poco. Serve molto di più a proteggere i ritardi dell’industria dell’auto e l’assenza di strategie serie dell’industria petrolifera: settori che, con una transizione energetica seria, sarebbero in grandi difficoltà”. Alcuni ministeri sono stati persino protagonisti di un battesimo sarcastico, con tanto di targhe affisse agli ingressi delle sedi (vedi la gallery in coda all'articolo).

Greenpeace affigge delle targhe sarcastiche davanti alle sedi di alcuni ministeri

La lotta alla CO2

Greenpeace è tornata all'attacco ieri, prendendo di mira ancora Cingolani. Tra i vari motivi, l’intervista rilasciata nei giorni scorsi a Repubblica: “Quando il 72% dell’elettricità – aveva detto il ministro – sarà prodotta con zero emissioni, avrà senso rendere di uso comune la mobilità elettrica. Che senso ha guidare un’auto a batteria se per ricaricarla si brucia petrolio o carbone?”. Dubbi espressi dal ministro anche in una recente puntata di Piazzapulita.

Dalle pagine del quotidiano Domani, l’associazione fa notare che invece “già adesso le auto a trazione elettrica non solo riducono le emissioni di CO2 anche sul ciclo di vita, ma inoltre (come si può facilmente intuire) consentono di abbattere le emissioni di vari inquinanti, che respiriamo quotidianamente nelle città ingolfate e che pesano sulla nostra salute”.

Le mosse degli altri Stati Ue

Insomma, nonostante i miglioramenti fatti nell’ultima versione del Pnrr, dopo la delusione della prima bozza, l’auto elettrica continua secondo molti a non essere abbastanza al centro dell’agenda di Governo. “Dobbiamo prima intervenire sui trasporti pubblici”, ha spiegato Cingolani alla Reuters. “È un’emergenza assoluta”. Il Recovery plan prevede 750 milioni di euro per lo sviluppo delle colonnine di ricarica e altri 300 milioni per gli autobus elettrici, ma non incentivi all’acquisto per gli automobilisti, come denunciato da Motus-E.

Per quelli, si attende ora l'entrata in vigore del maxi bonus Isee. Intanto, però, il confronto con gli altri Stati Ue non premia l’Italia: la Germania, che riceverà meno soldi dal Recovery fund, prevede di utilizzare più di 5 miliardi di euro in investimenti per la mobilità sostenibile. Ancora più alta la cifra che la Spagna metterà sul piatto, con 6,5 miliardi di euro. Più in generale poi si pone anche un'altra questione, legata all'attenzione al mondo dell'auto tout court, ma anche alla viabilità.

Fotogallery: Greenpeace contro il Pnrr