In Scozia si usano i batteri per riciclare le batterie delle Nissan leaf
Trovato un modo green di recuperare litio, manganese, cobalto e nichel dagli accumulatori delle auto elettriche giunti a fine vita
I ricercatori dell'Università di Edimburgo, in Scozia, stanno studiando un modo per recuperare il contenuto metallico delle batterie delle auto elettriche sfruttando batteri bioingegnerizzati. Per testare il nuovo metodo, gli scienziati si sono concentrati sulle batterie esaurite provenienti dalle Nissan Leaf.
Il nuovo metodo prevede il trattamento delle batterie Nissan Leaf esaurite in un "percolato" - un liquame di batterie - e la combinazione di tale liquame con i suddetti microbi.
Il procedimento prevede che le batterie vengano ridotte in un "percolato" - una sorta di liquame di batterie - e che poi questa pasta venga combinata con dei batteri selezionati e progettati specificamente per questo processo, che avviene all'interno di un bioreattore.
Dal limo alle materie singole
I batteri espellono il contenuto metallico del percolato della batteria sotto forma di limo, dal quale si ricavano cobalto, manganese, nichel e litio che possono essere isolati per essere riutilizzati in diversi campi di applicazione.
L'obiettivo della ricerca, che è stata svolta all'interno dell'Industrial Biotechnology Innovation Center dell'istituto scozzese, è quello di arrivare a un'efficienza del processo tale da poter agire su larga scala.
La batteria di una Nissan Leaf del 2011
L'uso della bioingegneria per scomporre i materiali non è un concetto nuovo: esistono ricerche simili che esplorano i batteri per affrontare il problema delle microplastiche e dei PFAS (sostanze sintetiche non degradabili), anche se tutto è ancora in fase iniziale. Ora sembra che si possano aggiungere le batterie a questo elenco.
Anche a Coventry si usano i batteri
Quella dell’Università di Edimburgo non è l’unica iniziativa incentrata sul riciclo delle batterie attraverso i batteri. L’Università di Coventry, già due anni fa, ha avviato un programma simile con la cosiddetta biodissoluzione, o bioestrazione, anch’essa ottenuta mediante l’uso di batteri e microbi aventi un metabolismo in grado di portare all’ossidazione dei metalli.
La tecnica non è totalmente nuova. Tali microorganismi infatti trovano già svariati impieghi dall’estrazione di metalli preziosi dai minerali al riciclo di materie prime costose dai rifiuti elettronici (in particolare dai circuiti stampati dei computer e dai pannelli solari) fino anche al loro uso per ripulire l’acqua contaminata o nelle operazioni di bonifica delle discariche di rifiuti tossici o radioattivi.
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