I progressi nel campo della mobilità elettrica sono compiuti generalmente a piccoli passi. Si ottimizza il funzionamento di una batteria, se ne migliora la densità energetica, si realizzano componenti più efficienti che consentono di aumentare autonomia e prestazioni.

Ogni tanto, però, ci si trova anche di fronte a salti epocali, a cambi di paradigma. È il caso dei motori elettrici di DeepDrive, società tedesca che ha catturato l’attenzione di molti big dell’auto. Questo, almeno, è quello he afferma Peter Mertens, ex membro del consiglio di amministrazione di Audi e Volvo, che non ha paura di definire rivoluzionaria la tecnologia sviluppata da questa startup.

Tutti li vogliono

In un’intervista ad Automotive News Europe, Mertens ha detto: "Non siamo di fronte a qualcosa che porta a un’ottimizzazione di una tecnologia esistente, quello che abbiamo davanti può cambiare radicalmente le cose". A conferma di tali affermazioni c’è il fatto che BMW, non appena visto cosa sia capace di fare DeepDrive, ha deciso di investirci con convinzione. Lo stesso ha fatto Continental, che con la società tedesca ha stretto una partnership strategica. E c’è dell’altro.

Il ceo di Felix Poernbacher ha affermato di essere al momento in contatto con 8 dei 10 principali Costruttori di automobili al mondo e di aver avviato dialoghi per iniziare a produrre in serie i propri prodotti, affinché questi debuttino in tempi brevi sul mercato. Ma allora, di cosa si tratta?

Meno materiali e processi di produzione più semplici

DeepDrive ha brevettato un motore a doppio rotore che è stato giudicato tra i più efficienti e sostenibili sul mercato. Inoltre, ha anche prestazioni più elevate dei classici motori attualmente utilizzati dalle varie Case. Questo, almeno, è quello che afferma uno studio indipendente svolto a marzo da Shafigh Nategh, ingegnere legato sia a Polestar sia al Politecnico di Torino.

I motori di DeepDrive sarebbero anche migliori di quelli a flusso assiale di Koengisegg e di Mercedes e, grazie alla maggiore efficienza, potrebbero innalzare facilmente l’autonomia di un’auto elettrica portandola a medie di circa 800 km. In soldoni (è proprio il caso di dirlo) questa tecnologia, applicata su larga scala, potrebbe portare risparmi complessivi per le Case automobilistiche di anche 1 miliardo di euro e potrebbero far risparmiare l’impronta di carbonio di un’auto elettrica di circa il 20%.

Questo perché consente sia di risparmiare circa la metà del peso potendo contare sull’uso di meno materie prime sia di essere prodotto con metodi più semplici. Inoltre, migliorando l’efficienza e le prestazioni, offre anche la possibilità di realizzare batterie più piccole e componenti diversi.