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Dopo i chip, la crisi delle terre rare: cosa rischia l'Europa
La Cina attiva nuova procedure per sbloccare le esportazioni: se gli approvvigionamenti diminuiscono, non si producono più magneti

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Francesco Barontini 
Di: Francesco Barontini
6 giu 2025 alle 07:00
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Gli appassionati ricorderanno la crisi dei chip e le conseguenze che sull'industria automobilistica. Ecco, un bubbone simile a quello di pochi anni fa potrebbe scoppiare di nuovo, solo che stavolta riguarda le terre rare.
Questo, almeno, è quello che afferma la VDA, associazione tedesca che raggruppa 620 aziende che fanno parte dell'industria automobilistica del Paese teutonico. Ma cosa sta succedendo?
I magneti sono indispensabili
Il fatto è che la Cina, che ha il controllo sulla maggior parte delle terre rare, ha attivato nuove procedure per dare il via libera alle esportazioni di terre rare che rendono tutto più lungo e complicato. Si pensa lo abbia fatto per rispondere alle restrizioni che l'Europa ha attivato nei confronti del Paese del Dragone.
"Se la situazione non cambierà velocemente - ha detto Hildegard Mueller, presidente della VDA alla Reuters - non potremmo escludere ritardi nella produzione del comparto automotive tedesco. Nella peggiore delle ipotesi, potrebbe anche fermarsi".

Il motore a magneti permanenti da 255 kW di GM
Le terre rare servono per costruire i magneti, che oggi sono necessari non solo per i motori delle auto elettriche. Trovano moltissime applicazioni, dai motorini dei tergicristalli ai sensori degli impianti frenanti.
Anche Bosch e Mercedes hanno paura
L'allarme è condiviso. Anche Bosch, multinazionale tedesca specializzata in produzione di componenti per veicoli, a maggio aveva rilasciato dichiarazioni simili sulle politiche cinesi, affermando che le nuove procedure adottate da Pechino sulle esportazioni di terre rare stavano ostacolando l'indotto. Alcune aziende hanno in effetti deciso di annullare gli ordini una volta entrate in vigore le nuove norme.

Il giacimento di terre rare più grande in Europa
Mercedes, dal canto proprio, ha fatto sapere di valutare e monitorare la situazione con grande attenzione, per quanto fino a questo momento non abbia riscontrato nessuna restrizione.
E adesso? In questi giorni molti rappresentanti dell'industria automobilistica tedesca ed europea (e non solo, visto che ci sono anche Giappone e India attive su questo fronte) stanno contattando le autorità cinesi per chiedere di snellire le procedure per approvare le esportazioni.
Per ora, però, Pechino sembra nicchiare, sapendo di avere tra le mani una potentissima leva diplomatica. Intanto, si cercano anche alternative, lavorando su motori e altri componenti che riescono a fare a meno di certe materie prime.
Intanto l'Ue accelera sui progetti esteri
Proprio per rafforzare la sicurezza dell’approvvigionamento di materie prime critiche, la Commissione europea ha selezionato 13 progetti strategici al di fuori dell’Unione. Dieci di questi progetti si concentrano su materiali per batterie – tra cui litio, nichel, cobalto, manganese e grafite – mentre altri due riguardano le terre rare, indispensabili per i motori elettrici.
I progetti si trovano in paesi partner dell’UE come Canada, Groenlandia, Kazakistan, Norvegia, Serbia, Ucraina e Zambia, oltre che in Brasile, Madagascar, Malawi, Nuova Caledonia, Sudafrica e Regno Unito. Grazie allo status di “progetti selezionati”, beneficeranno di supporto coordinato da parte dell’UE, inclusi finanziamenti agevolati e contatti industriali.
Il valore complessivo degli investimenti previsti per rendere operativi questi progetti è stimato in 5,5 miliardi di euro. La selezione è avvenuta secondo i criteri della Critical Raw Materials Act (CRMA), tenendo conto di fattibilità tecnica, impatti ambientali e benefici reciproci per UE e paesi ospitanti.
Parallelamente, a marzo l’UE ha selezionato 47 progetti strategici interni in 13 Stati membri, con investimenti complessivi di 22,5 miliardi di euro. Questi riguardano estrazione, lavorazione, riciclo e sostituzione di materie prime strategiche.
L’iniziativa dell’UE punta a diversificare le fonti di approvvigionamento e ridurre la dipendenza da paesi terzi critici, accorciando anche i tempi di approvazione dei progetti: non oltre 27 mesi per quelli minerari, e 15 per gli altri.
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