Senza terre rare rischiamo davvero di non guidare auto elettriche?
La crisi sugli approvvigionamenti comandata dalla Cina può mettere in ginocchio l'industria automobilistica mondiale: ecco perché
Per ora la situazione è sotto controllo, ma le premesse per una crisi dalle proporzioni mastodontiche ci sono tutte. Bisogna quindi stare con gli occhi ben aperti. Stiamo parlando di quello che accadenel mercato delle terre rare, materie prime fondamentali per l’industria automobilistica mondiale, i cui approvvigionamenti rallentano e diminuiscono giorno dopo giorno.
Alcuni analisti non escludono che, se le cose non cambieranno a breve, si potrebbe assistere a una paralisi del settore automotive. Un po’ come avvenne un paio di anni fa con la crisi dei chip. Cerchiamo di capire cosa sta succedendo.
La risposta cinese ai dazi americani
Tutto è iniziato quando sono entrati in vigore i famosi dazi voluti da Donald Trump. La Cina ha reagito adottando contromisure protezionistiche. Tra queste, quelle che hanno cambiato le procedure per l’esportazione di terre rare. Facciamo un passo indietro. Le terre rare servono per la produzione di magneti, a loro volta fondamentali per la produzione di motori elettrici. Senza terre rare non si fanno i motori elettrici e senza i motori elettrici le auto a batteria non si muovono.
Il motore elettrico ZF senza magneti e senza terre rare
Il problema, perciò, riguarda principalmente le vetture a zero emissioni (c’è mezzo chilo di terre rare su ogni auto elettrica), ma non solo. Perché tutti i veicoli, a prescindere dal powertrain, hanno motorini elettrici anche per tergicristalli, sensori di controllo dei freni e non solo. Ecco perché le terre rare servono a tutti. Ma torniamo all’attualità.
Pechino domina estrazione e produzione
Un po’ come accade per le batterie, la Cina ha una posizione di assoluto dominio sulle terre rare. Controlla il 70% delle estrazioni e il 90% della produzione di magneti. Di nuovo, ha completamente in mano un settore strategico per la mobilità del futuro. Un settore che al momento vale 7 miliardi di dollari (sono dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia risalenti al 2023), ma che nel 2030 dovrebbe arrivare a 10-12 miliardi di dollari e nel 2040 potrebbe superare i 13 miliardi di dollari.
Le economie di tutto il mondo hanno beneficiato dell’industria cinese, che ha realizzato prodotti di qualità a prezzi convenienti. Ma ora, se la Cina chiude i cordoni, l’Occidente va in crisi. Ford ha sospeso una linea di produzione del suo Explorer nella fabbrica di Chicago. Toyota e General Motors sono corse alla Casa Bianca per spiegare che molti dei loro fornitori non riescono più a soddisfare le commesse per mancanza di materie prime (terre rare, appunto).
Mercedes Vision One-Eleven, il motore elettrico assiale di Yasa
In Europa non si sta meglio. L’associazione delle aziende del comparto automobilistico tedesco (VDA) ha sollevato il problema a più riprese e afferma che uno stop alla produzione è probabile se la situazione non si sbloccherà a breve. Bosch, Mercedes e altri costruttori si sono detti allarmati dal panorama attuale e chiedono all’Europa di aprire un dialogo con Pechino per ristabilire equilibri sostenibili. La Cina, al momento, nicchia, giocandosi al meglio le proprie carte. Ma ci sono alternative al Paese del Dragone? Forse sì.
Sostenere il progresso tecnologico
I progressi tecnologici stanno indicando nuove vie. Ci sono motori elettrici che adottano magneti che non necessitano di terre rare. Sono realizzati da startup che crescono grazie al sostegno di costruttori come Renault, BMW o Yamaha. Sembrano promettenti, ma devono essere scalati, cioè prodotti in massa. Per ora sono realizzati in piccola serie e non possono rispondere nel breve periodo alle esigenze dell’industria automotive.
Poi ci sono nuovi metodi per l’approvvigionamento. Le terre rare, oltre che estratte, possono essere recuperate. Anche in questo caso, però, si parla di piccole quantità e di metodi di riciclo ancora agli inizi. Serve tempo.
Una cava per l'estrazione di terre rare
Una grande opportunità per l’Australia
Soluzione di tutt’altro tipo potrebbe essere rappresentata dall’Australia, isola ricca di risorse che potrebbe sostituirsi alla Cina nella fornitura di terre rare. Il Governo locale sta sostenendo il settore, che è in forte crescita, ma che, anche in questo caso, si trova in forte ritardo rispetto alla reale domanda.
Si pensa che entro il 2027 l’Australia avrà un comparto per l’estrazione e la lavorazione delle terre rare maturo e competitivo. Ma mancano anni e non si può aspettare. Quindi la strada della diplomazia con Pechino sembra ancora quella più efficace se si vuole risolvere il problema prima che la situazione collassi.
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