Perché le startup dell'auto elettrica si trovano a un bivio
Il mercato dei capitali si complica in un momento in cui servono risorse per passare dalla fase di sviluppo alla produzione. E ora?
Non è un momento facile per le startup che si stanno lanciando nel mondo della mobilità elettrica. Dopo un paio d’anni di boom, con finanziamenti e IPO da record e una fase di generale enorme espansione, anche finanziaria, adesso tante Case faticano a trovare i fondi per avviare la produzione o comunque per proseguire nel loro percorso di avvicinamento ai mercati.
Tra gli esempi più recenti c’è quello di Lordstown Motors, che ha candidamente ammesso di non voler più investire nella realizzazione dei suoi camion elettrici fino a quando il mercato dei capitali non avrà ritrovato un certo equilibrio (e in questo senso non si vedono esattamente fiori all'orizzonte). Due giorni dopo è stata la volta di Canoo, che ha emesso una nota ufficiale nella quale ha comunicato agli investitori che potrebbe restare senza liquidità sufficiente per continuare la propria attività.
La liquidità serve
Il ragionamento è semplice: una società senza liquidità rischia realmente di arrestarsi, se non addirittura di dover chiudere i battenti. E in questo momento tante realtà che sono ancora nelle fasi iniziali non riescono a raccogliere abbastanza denaro oppure lo ricevono a condizioni poco favorevoli, pagando un prezzo troppo alto per i finanziamenti incassati. A volte si paga oltre il 10% in più di quello che si è ricevuto.
E non ci sono tante alternative per cambiare la situazione, visto che le startup non hanno grandi beni da dare in garanzia e rivolgersi al mercato azionario in questa fase è a dir poco complesso.
Bloomberg Intelligence, per voce del suo analista Joel Levington, fotografa così il momento: “La storia è cambiata. Queste società bruciano enormi quantità di denaro, ma ogni giorno i mercati si contraggono e la loro liquidità di assottiglia velocemente”.
Il caso Lordstown
Torniamo agli esempi citati in apertura. Lordstown Motors sta rinviando la produzione del suo Endurance con l’obiettivo di raccogliere altri 250 milioni di dollari quest’anno. Ma non sarà facile. Adam Kroll, direttore finanziario ha spiegato che “i mercati dei capitali non sono aperti al settore e continuiamo a lavorare con i nostri consulenti alla ricerca di fonti alternative di finanziamento. Però, al momento, le nostre opzioni sono limitate e quindi stiamo cercando il modo più efficiente per allocare i capitali disponibili”.
È anche per questo che l’azienda ha deciso di vendere la fabbrica ex-GM in Ohio a Foxconn: per recuperare un po’ di liquidità.
Venendo a quello che sta facendo Canoo, invece, basti dire che a marzo di quest’anno la società era rimasta con soli 104 milioni di dollari sul conto e che il round di finanziamento avviato poco dopo ne ha portati altri 300 in cassaforte. Ma secondo gli analisti di Bloomberg Intelligence, la startup di Bentonville, in Arkansas, avrà bisogno di 1,1 miliardi di dollari da qui alla fine del 2023. Siamo fuori del 60%. Qui, però, potrebbe comparire la manina magica di Apple.
Non tutto va male
Nei casi sopra citati le fusioni, i round di finanziamento o l’accesso a capitali in prestito danno una boccata d’ossigeno ma non permettono di costruire solide basi per un’attività duratura.
Non va sempre così, però. Henrik Fisker, ad esempio, è stato autore di una SPAC da 1 miliardo di dollari lo scorso agosto e ha stipulato prestiti di denaro a tassi convenienti con il risultato che la sua omonima Casa automobilistica sembra avere tutte le carte in regola per superare la fase iniziale e arrivare regolarmente sul mercato con una gamma completa di modelli.
Chiaro, lo scenario era ben diverso da quello attuale, ma a dispetto delle difficoltà di qualcuno, non si può certo dire che l'ondata delle startup della mobilità elettrica sia esaurita. Probabilmente è solo arrivato il momento del cosiddetto "fitness check". E chi ne sarà uscire avrà sicuramente le spalle più larghe.
Fotogallery: Canoo, un nuovo marchio per auto elettriche
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