Rileggendo tante notizie pubblicate nel recente passato, in questo 2023 le strade di tutto il mondo avrebbero dovuto essere invase da veicoli elettrici di ogni genere. Invece, in molti casi, tanti progetti sono stati interrotti o, nel migliore dei casi, rimandati.

Il motivo è sempre lo stesso: non ci sono abbastanza soldi. Eppure le startup dell’auto elettrica hanno raccolto decine - in certi casi centinaia - di milioni di dollari o di euro di finanziamento. Hanno convinto investitori e clienti, che si sono prodigati nel affidare loro parte dei loro risparmi, nel versare caparre e nel fissare preordini.

Le aziende, dal canto loro, hanno iniziato a dare forma alle idee, hanno sviluppato tecnologie e stretto accordi commerciali. Hanno mostrato i primi prototipi, annunciato grandi piani industriali, e poi, non di rado, sono finite con i conti in rosso. E così, dopo anni di entusiasmo e di fermento, ora pare che inizi a diffondersi un certo disincanto sul fatto che tutte queste startup possano avere davvero successo.

Una crisi generalizzata

Jeff Osborne, analista presso la società TD Cowen, non usa mezzi termini: “C’è sicuramente un senso di stanchezza. Le startup sono in disgrazia e non si sa quante ce la faranno a superare questo periodo di crisi”.

Automotive News ha provato ad analizzare la situazione in cui versano 10 delle startup più promettenti. Ha scoperto che solo 4 hanno la liquidità sufficiente per coprire le spese operative e solo un paio ha abbastanza soldi per garantirsi almeno altri 2 anni di vita. Altre sono già alle prese con azioni legali e indagini governative che mirano a fare chiarezza sull’operato e sullo stato di salute reale.

La situazione finanziaria di 10 startup dell'auto elettrica secondo Automotive News

Anche le big sono coinvolte

In tutto questo, i veicoli che hanno promesso di immettere sul mercato, la loro vera ragion d’essere, non sono ancora pronti. Succede per le startup di ogni settore industriale, ma la tendenza coinvolge davvero moltissime giovani aziende appartenenti a quello della e-mobility.

La cosa grave è che queste startup hanno spesso goduto della fiducia di grandi multinazionali che, per non restare attardate sul cambiamento, hanno fatto investimenti, stipulato ordini, stretto contratti. Realtà come FedEx o Amazon si sono fatte convincere dalle idee di giovani realtà e hanno contribuito a far crescere in borsa alcune aziende che, nel 2020, cavalcando trend rialzisti senza precedenti, sono arrivate a capitalizzare più di costruttori come Ford o General Motors. C’era da scommetterci che non sarebbe durata.

Amazon Van by Rivian

Il furgone elettrico di Rivian: Amazon ne ha ordinati 100.000

Eccesso di foga

Stephanie Brinley, analista presso S&P Global Mobility, spiega: “In America, all'inizio, si è lasciato che il mercato si regolasse da solo rispetto alla nascita di nuove aziende legate alla mobilità elettrica. Negli ultimi tempi, invece, il governo ha intrapreso molte azioni a sostegno della transizione, portando a una crescita enorme del comparto. Nel 2020 almeno 20 società si sono quotate in Borsa: Nikola, Canoo, Lordstown Motors e così via”.

CNH e Nikola

Il camion elettrico di Nikola

In questo clima, è stato facile che alcune società arrivassero a promettere più di quanto non potessero mantenere. Vedendo arrivare investitori da tutte le parti e restando costantemente sotto la luce dei riflettori, hanno preso un abbaglio. Sono rimaste accecate e, in alcuni casi, hanno anche adottato comportamenti non proprio legali.

Trevor Milton, fondatore di Nikola, è stato condannato per frode e la sua azienda si è accordata con la SEC (Security Exchange Commission) per il pagamento di una multa da 125 milioni di dollari. La SEC ha anche avviato un’indagine su Faraday Future, definita in un rapporto del 2021 a firma J Capital Research “nient’altro che un secchio per raccogliere soldi da investitori americani e versarli nel buco nero di debito creato dal suo fondatore”. Ora entrambe le aziende sembrano essersi messe i problemi alle spalle, ma hanno vissuto un periodo tutt’altro che facile.

Faraday Future FF 91

La berlina elettrica Faraday Future FF 91

Robert Bollinger, ceo di Bollinger Motors, commenta così il clima che si è instaurato: “Ci sono state società che hanno iniziato ad avere problemi finanziari e questo ha trasmesso un senso di sfiducia verso tutti i soggetti del settore: molti investitori hanno iniziato a essere più prudenti”. Anche Bollinger, nel 2021, ha iniziato a mostrare una forte contrazione di liquidità. Alla fine Mullen Automotive ha acquistato una partecipazione nell'azienda e ora sembra che ci siano le condizioni per rimettere in piedi la produzione.

Bollinger B1 e B2

Il pick-up elettrico di Bollinger

Molto peggio è andata per Dyson e molto peggio sta andando anche per Lightyear, che sembrava essere a un passo dal debutto e si trova ora a doversi reinventare completamente per non chiudere del tutto. In fondo, anche giganti come Apple stanno facendo fatica a tirar fuori la loro auto elettrica. E a Cupertino i soldi non mancano di certo.

Ritarare le aspettative

Di fronte ai mutati scenari, le startup dell’auto elettrica possono ancora farcela. Come? Concentrandosi sul core business, sulla realizzazione di quei prodotti che le rendono uniche e innovative. Inutile fare piani in grande: non ci sono soldi a sufficienza. L’unica è ridimensionarsi e ragionare su un modello di crescita a piccoli passi.

Anche perché il periodo non aiuta. Ci sono rincari nei prezzi delle materie prime, ci sono difficoltà di approvvigionamento, tassi di interesse in aumento. È tutto incredibilmente complesso. L’industria automobilistica ha una storia lunga quasi 150 anni. La transizione ecologica e la necessità di ridurre drasticamente le emissioni la sta spingendo verso la più profonda e radicali delle rivoluzioni, ma non potrà cambiare dall’oggi al domani. Non è verosimile che le Case storiche, che dominano il settore da oltre un secolo, si facciano soppiantare da qualche manipolo di imprenditori più o meno genialoidi e visionari nati con la new economy.

 

Gli equilibri cambieranno. Anzi, stanno già cambiando. E qualche nuovo soggetto ce la farà. Si ritaglierà anche un ruolo di primo piano, questo è certo. Qualcuno romperà davvero il mercato con un’idea vincente e in grado di cambiare il paradigma. Però, qualcun altro, più semplicemente, sarà costretto a raccogliere i cocci dei propri sogni, infrantisi contro una realtà più dura del previsto. Non resta che stare a vedere chi farà parte del primo gruppo e chi del secondo.

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